Committed to myself. Il mare mi restituisce un anello. Non gli anelli tronfi che periodicamente regalo alle mie donne, e che puntualmente tornano indietro come boomerang lasciati lì sui vetri dei tavolini, oppure in fondo a sacchi di vestiti sporchi. Un anellino sottile sottile da portare al mignolo della mano sinistra. Lo presi a casa di T., si trasformò tacitamente in una fedina, e quando dopo quasi due anni il nostro rapporto si ruppe, lo tenni io. Per certi periodi ho continuato a ad indossarlo. Le mie mani sono cambiate da allora, il dorso splende di geometriche infiorescenze dell'età - è la pelle che brilla prima di spegnersi.
Varie volte l'ho gettato tra le onde, nell'euforia di una liaison improvvisa. Il mare lo ha custodito, depurato dalla contingenza e pazientemente restituito sulla riva.
Non si leggono più al suo interno i giorni passati in compagnia di quella persona, che viaggia per le sue autostrade esistenziali. E' diventato un cerchio di consapevolezza, che indossato mi rivela la visione di me stesso.
Non è facile portarlo. E' crudo e liscio, senza decorazioni. Dice senza retorica. Rivela il dolore ed il senso di inutilità. Ti indica una direzione ma ti indica anche la distanza abissale. Isole lontane, circondate secche rovinose che per qualche moto tellurico si innalzano.
La cosa bella è che tutto quadra, tutto si riveste di luce antiverde. La rassegnata sopravvivenza di oggi è figlia della ignava sofferenza di ieri.
Siamo io, questo anello e il mare. Anche lui invecchiato, grottesco di rifiuti alghe ed erosione.
Dobbiamo guardarci, internamente ed esternamente. E dare una quantità a paralisi e movimenti.