I tre amigos. Dopo che l'Ingegnere ci ha salutato ed ha inforcato la bici per tornare a casa, restiamo in tre. Siamo tre, siamo amici e ciascuno trascina la sua solitudine al tavolo della cena. Ciascuno col suo approccio, il suo passo, il suo rossore in volto, il suo modo di portare il cibo alla bocca. Io aspetto lungo il mare il tramonto, l'ultimo lembo del sole, l'ultima rubizza fioritura ad ovest. Loro, tenebrosi, empi, abitano il pergolato bevendo e chiacchierando. Poi si brinda o si cena con vini spesso orridamente mescolati, bombe al fegato ma inutile discuterne. A volte in silenzio, intenti solo a trangugiare, altre volte con una verve più sottile, in parte etilica. Ho capito perché lontano dalla riva la vita fa male, nonostante l'eterno riavvolgersi del buon proposito. Questa spiaggia è un pentagono, in cui il dolore e la velocità del senso comune rallentano e si diluiscono, in cui le filastrocche cedono dinanzi alla accettazione dei propri limiti. Forse l'ho capito soltanto io. Loro sono ancora nella dialettica delle testate contro il muro, ma qualcosa stanno imparando.